Artaud nei «Cahiers Renaud-Barrault». Il dialogo con gli antenati e la forza di un teatro latente
Abstract
I «Cahiers Renaud-Barrault». Quattro studi per una ricognizione. Dossier a cura di Cecilia Carponi, Samantha Marenzi, Francesca Romana Rietti. Comprende scritti di: Cecilia Carponi, Samantha Marenzi, Vincenzo Mazza, Francesca Romana Rietti, Daniele Seragnoli
Il Dossier propone una prima ricognizione sui «Cahiers de la Compagnie Madeleine Renaud-Jean-Louis Barrault» (dal 1960 «Cahiers Renaud-Barrault»), rivista di cultura teatrale pubblicata a Parigi dal 1953 al 1988, dapprima presso l’editore Julliard e in seguito per Gallimard. Organo di stampa di una delle compagnie più rilevanti del secondo Novecento, i «Cahiers» affiancano con centoquindici numeri la vita della Compagnie Renaud-Barrault (1946-1991), accogliendo scritture di natura eterogenea: saggi, diari di lavoro, testimonianze, corrispondenze, documenti e disegni inediti, fotografie. Si tratta di una pubblicazione al tempo stesso ingombrante e sorprendentemente marginale negli studi teatrali. Assumendo la rivista non solo come oggetto e fonte di studio, ma anche come dispositivo critico, il Dossier intende mostrare come essa elabori, trasmetta e ridefinisca pratiche e genealogie teatrali. I quattro saggi che lo compongono, muovendo dalla figura del fondatore Jean-Louis Barrault, analizzano alcuni numeri della rivista assumendoli come lenti per leggere il continuo dialogo del regista con le proprie origini teatrali, insieme alla sua complessa relazione con la cultura letteraria, nel crocevia tra drammaturgia, regia e scrittura scenica. Quattro i nuclei di indagine: il magistero di Charles Dullin, la complessa eredità teatrale di Antonin Artaud, l’influenza di Jacques Copeau, le tre regie kafkiane di Barrault.
Il saggio di Daniele Seragnoli, All’ombra del maestro: Charles Dullin nei «Cahiers Renaud-Barrault», è dedicato alla presenza nella rivista di Charles Dullin, le jardinier, primo e indiscusso maestro di Barrault, di cui l’allievo ha conservato per tutta la vita un ricordo indelebile, fatto di rispetto e di legami con l’educazione attorica, ma anche umana ed etica, assorbita “per osmosi” frequentando la scuola dell’Atelier nella prima metà degli anni Trenta. Dopo il ritrovamento e la pubblicazione nel 1954 di À la recherche de Smerdiakov, scritto giovanile di Dullin sulla costruzione del personaggio, due numeri dei «Cahiers» saranno dedicati alla figura e al lavoro del maestro, entrambi in occasione della ripresa da parte di Barrault dei suoi “memorabili” allestimenti del 1928: Volpone da Ben Jonson, nel 1955, e Les Oiseaux da Aristofane, nel 1985, tra le molte celebrazioni del centenario della nascita di Dullin. Attraverso testimonianze, documenti, pagine critiche e scritti dello stesso Dullin, il saggio analizza le due diverse circostanze, mostrando come esse offrano non l’immagine di un generico omaggio, ma materia di riflessione interpretativa e storiografica sul lavoro attorico e registico di Dullin, sull’identità e il carattere dei «Cahiers», oltre che sulla personalità artistica e culturale dello stesso Barrault.
Samantha Marenzi, in Artaud nei «Cahiers Renaud-Barrault». Il dialogo con gli antenati e la forza di un teatro latente, traccia la presenza di Antonin Artaud nella rivista e negli strati invisibili del teatro animato da Barrault. Artaud era stato per lui un punto di riferimento negli anni Trenta, e il suo lascito di maestro che trasforma il teatro senza produrre spettacoli trova uno spazio d’elezione nei «Cahiers Renaud-Barrault», che nel 1958, a dieci anni dalla morte, lo omaggiano con un numero monografico destinato a una nuova versione dieci anni più tardi. Nel coro dei tributi nati nel contesto delle riviste letterarie, l’omaggio dei «Cahiers» riporta Artaud nel campo del teatro.
Il saggio di Cecilia Carponi, Mantelli e omissioni. Le Viol de Lucrèce nei «Cahiers Renaud-Barrault», prende come oggetto di studio il fascicolo pubblicato nel 1961 in occasione della messinscena all’Odéon di Le Viol de Lucrèce di André Obey. Il numero omette qualsiasi riferimento alla prima creazione della pièce, allestita nel 1931 dalla Compagnie des Quinze – il gruppo degli allievi di Copeau – per la regia di Michel Saint-Denis, eppure vista da un giovane Barrault che ne era rimasto folgorato, al punto da ricordarla come una delle sue più grandi “gioie di teatro”. Muovendo da questa rimozione, il saggio fa emergere la postura attraverso cui la rivista costruisce una filiazione senza intermediari fra Copeau e Barrault.
Vincenzo Mazza, in Les trois Kafka de Jean-Louis Barrault. «Cahiers Renaud-Barrault» (1957, 1961, 1965), rende conto, attraverso tre numeri tematici della rivista, del rapporto trentennale di Barrault con l’autore della Metamorfosi. Il regista francese ha messo in scena Il processo e Il castello e ha ridotto per la scena il romanzo giovanile e incompiuto Amerika. I tre «Cahiers Renaud-Barrault» dedicati a Kafka non sono soltanto l’occasione per promuovere le produzioni della compagnia, ma raccolgono un numero importante di saggi che mostrano l’interesse crescente della critica, non solo francese, per lo scrittore. Il numero del 1957, in particolare, torna sull’ambizioso progetto del Procès che Barrault aveva realizzato dieci anni prima in collaborazione con André Gide, aprendo la stagione 1947/1948 del Théâtre Marigny.
Parole chiave
Cahiers Renaud-Barrault, Madeleine Renaud, Jean-Louis Barrault
Samantha Marenzi
Samantha Marenzi è professoressa associata presso il DAMS dell’Università Roma Tre. Si occupa di alcuni maestri della scena del Novecento, del Butō, dei rapporti tra arti visive e performative, in particolare danza e fotografia, su cui dal 2018 coordina un gruppo di ricerca teorico-pratico. Studia la danza di inizio secolo in relazione alle correnti spiritualiste e all’intreccio tra ellenismo ed esoterismo. A questi temi ha dedicato numerose pubblicazioni e relazioni in convegni nazionali e internazionali. È fotografa specializzata in tecniche analogiche. Si è formata come danzatrice coi maestri giapponesi Akira Kasai e Masaki Iwana. Autrice e curatrice di mostre fotografiche, eventi performativi, rassegne e workshop di danza, collabora con diversi festival in qualità di artista e di studiosa. Collabora inoltre come docente con l’Accademia nazionale di danza e, come divulgatrice e curatrice, con Officine Fotografiche Roma.