Da un teatro che chiude. Lettera 52
Abstract
«Ti scrivo dal piccolo paese in cui vivo, Saluggia, a due passi dalle risaie vercellesi e da uno dei più grandi depositi di scorie radioattive in Italia. Qui vige un silenzio che a Roma, dove vivevo, credo non esista in nessun momento della giornata. L’occasione in cui abbiamo parlato della possibilità di scrivere questa lettera è stata una serata dedicata al resoconto della vacanza-studio in India di alcuni attori del Teatro Tascabile di Bergamo, dove il nostro regista, Simone Capula, si è formato. Di tanto in tanto, quella sera, ripensavo agli aggiornamenti radio dei bombardamenti di Gheddafi sul suo paese in rivolta. Effettuati con cacciabombardieri italiani “Finmeccanica”. L’amico Colonnello sta massacrando civili con armi “Beretta”. Gliele abbiamo vendute noi. Nel prossimo luglio, il nostro gruppo si scioglierà, perché Simone ha scelto di lasciare il teatro. La scelta del regista con il quale da sette anni condivido pratiche e aspirazioni mi ha portato, nei giorni in cui ce l’ha resa nota, a odiarlo con sincerità, come si odiano le persone che si amano profondamente. Piuttosto che raccontarti la fine, perciò, avrei grande piacere di tornare qualche passo indietro per renderti partecipe del nostro viaggio nella Psichiatria di Trento, dal quale è scaturito uno spettacolo. Si intitola Soave sia il vento».