L’appartenenza e la cura. Lettera per Rachel
Abstract
A Nairobi, in Kenia, ci sono duecentocinquantamila ragazzi di strada. Dal 2005 al 2010 insieme ad alcuni operatori di Amref, l’associazione africana per la ricerca medica in Africa orientale, ho dato vita al progetto Malkia, un laboratorio di teatro-formazione al femminile. Al centro, il problema delle madri-bambine. Alla fine del secondo stage, una delle partecipanti, Ann, disegna una forma ovale e dice: «Per me il teatro è come un uovo: quando si rompe diventa qualcos’altro, nasce qualcosa». Ho proposto alle partecipanti di mettere in scena un adattamento de Il cerchio di gesso del Caucaso, e ho affidato a Rachel Wamaitha il ruolo di Grusha. Rachel era la più piccola del gruppo. Diceva di essere nata nello slum di Dagoretti nel 1994 (i ragazzi di strada non sono registrati all’anagrafe), non ha mai varcato la porta di una scuola, ha vissuto per strada e dormito sotto i camion. Il teatro le ha offerto un riscatto. L’ho vista trasformarsi. Per questo ho voluto ricordarne il brevissimo viaggio, e non solo per questo: quando il progetto è arrivato alla fine, Rachel è sparita, come fanno tanto spesso i ragazzi di strada a Nairobi. L’ho cercata in tutti i modi. Non sono riuscita a trovarla. Molto tempo dopo, ho saputo che è morta dopo una settimana di grandi febbri e niente cure. Cara Rachel, anche tu, come Grusha, hai fatto cose più grandi di te. Con stima e affetto. Letizia.
Parole chiave
Kenia