Une chambre en Inde, ou l’«autofiction de Mnouchkine»
Abstract
Una testimonianza da spettatore sull’ultimo spettacolo di Ariane Mnouchkine: uno spettacolo particolare anche per chi la segue ormai da molti anni. Potrebbe essere definito un caso di «autofinzione»: la sua novità sta nell’audacia, per la Mnouchkine, di parlare in prima persona, l’audacia dell’“io” usato per la prima volta da una artista così sensibile al richiamo del tempo, agli imperativi del lavoro collettivo. Questa volta, invece, è la sua figura a essere al centro della storia, dissimulata sotto quella della protagonista, Cornélia, ma evidente. È una forma di autofinzione che conferma la riservatezza della Mnouchkine circa la propria vita. Riguarda altro: i processi di lavoro, i partner, le altre culture. Non implica nessuna rivelazione privata, eppure crea un autoritratto scenico. Dalle grandi finestre irrompono nella stanza di Cornélia in India tutte le figure tutelari che sono state le sue, di Ariane: Shakespeare, in primo luogo, ma anche Čechov (a cui si rivolge, spudoratamente, dicendogli: “ti amo, ma non ti metterò mai in scena”), e, cuore dello spettacolo, il Terukkuttu, massicciamente e misteriosamente presente. È molto bella, questa presenza di una danza tradizionale del Tamil Nadu. Ma è quasi uno spettacolo autonomo, e, all’interno di una autofinzione, avrei forse preferito un po’ più di economia d’India. Però sta lì, importante, anche nel titolo di questo spettacolo che tanti spettatori hanno vissuto inevitabilmente come potenzialmente “l’ultimo” di questa grande artista, di questo spettacolo che grida al mondo: “che fare?”.
Parole chiave
Théâtre du Soleil